Quanto c’è di vero in quello che ci raccontano?
Oggi, la comunicazione è onnipresente: messaggi, notizie, commenti, podcast e post si riversano ogni giorno nei nostri telefoni, computer e televisioni. In questo fiume inarrestabile di parole, ci chiediamo spesso: quanto c’è di vero in quello che ci raccontano? La risposta, purtroppo, non è consolante. Spesso ciò che ascoltiamo o leggiamo non solo è lontano dalla verità, ma, peggio ancora, serve a disinformare o a gettare discredito su persone assenti, distorcendo la realtà fino a renderla irriconoscibile.
La leggerezza delle parole e il peso della verità: Bismarck!
La storia è piena di esempi che mostrano quanto le parole, se usate in modo scorretto, possano avere conseguenze enormi. Il celebre caso del telegramma di Ems, avvenuto nel 1870, è emblematico: Bismarck, cancelliere prussiano, manipolò il contenuto di un telegramma senza cambiarne le parole, ma solo spostandole, alterando così il senso del messaggio. Questo semplice spostamento bastò a infiammare gli animi ed a scatenare la guerra franco-prussiana. Se in passato bastava una comunicazione alterata a mano creata ad arte appunto da Bismarck, oggi la situazione è ancora più complessa: le informazioni vengono modificate, tagliate e rimontate con una facilità disarmante, spesso col solo scopo di orientare l’opinione pubblica o screditare qualcuno.
Il fiume di chiacchiere odierno.
Oggi, la quantità di parole che ci travolge ogni giorno è aumentata in modo esponenziale. Social network, gruppi di messaggistica e siti web offrono a chiunque la possibilità di dire la propria, spesso senza alcun filtro. In mezzo a questa marea, distinguere il vero dal falso è diventato un compito arduo. Non tutte le parole informano: molte servono solo a riempire il silenzio o, peggio, a creare confusione. La verità viene spesso sacrificata in nome della velocità, della viralità o del sensazionalismo. Un altro fenomeno preoccupante è la tendenza a parlare di chi non è presente, spesso per denigrarlo, raccontando mezze verità che, a forza di essere ripetute, finiscono per sembrare reali anche quando non lo sono. Lo scopo è chiaro: orientare l’opinione di chi ascolta, creare alleanze e divisioni, rafforzare la propria posizione a scapito di qualcun altro.
Il processo della verosimiglianza.
Sembra che oggi, più che mai, si dia importanza al processo che porta una notizia a sembrare vera, piuttosto che alla verità stessa. Vengono usati termini tecnici, citate fonti vaghe o inventate, presentati dati fuori contesto per rendere credibile ciò che non lo è. Questo meccanismo, seppur raffinato, non è poi così diverso dal semplice spostare delle parole in un telegramma: l’obiettivo è sempre quello di manipolare la percezione degli altri. Si potrebbe pensare che l’abbondanza di fonti e la possibilità di verificare qualunque informazione rendano oggi più facile difendersi dalla disinformazione. In realtà, la quantità di informazioni disponibili rischia di produrre l’effetto contrario: più dati abbiamo, più è difficile distinguere quelli veri da quelli falsi. Si crea così un clima di sospetto, dove tutto viene messo in dubbio, ma dove alla fine spesso si crede solo a ciò che conferma le proprie idee preconcette.
Il valore del dubbio.
In questo scenario, la domanda “quanto c’è di vero in quello che ci raccontano?” resta più attuale che mai. La risposta richiede uno sforzo personale: quello di non accettare mai passivamente ciò che sentiamo, ma di esercitare sempre il dubbio, la verifica, il confronto delle fonti. Solo così possiamo sperare di costruire una nostra verità, più solida e meno condizionabile dal fiume di chiacchiere che ogni giorno ci travolge.