Quanti lavorano e quanti danno gli ordini all’interno di un’azienda?

Quanti davvero lavorano e quanti danno gli ordini all'interno di un'azienda? Algoservices

Quanti lavorano e quanti danno gli ordini all’interno di un’azienda?

Quanti davvero lavorano e quanti danno gli ordini all’interno di un’azienda?

Questa domanda – che può sembrare provocatoria – è in realtà molto attuale e spesso oggetto di discussione tra chi vive quotidianamente la realtà aziendale. In molte organizzazioni, la sensazione diffusa è che “tutti sappiano cosa andrebbe fatto”, ma solo pochi si rimbocchino davvero le maniche per guadagnarsi la cosiddetta pagnotta. Questa dinamica, tra chi lavora e chi comanda (o si limita a comandare), ricorda la celebre distinzione del film di Totò: “Siamo uomini o caporali?”

Il fenomeno dei “coordinatori improvvisati”.

Negli uffici, e nelle fabbriche di oggi, non è raro assistere alla proliferazione di figure chiamate “coordinatori”, “responsabili” o “supervisori”. In teoria, questi ruoli dovrebbero servire a migliorare l’organizzazione e rendere più efficiente il lavoro di squadra in un’azienda. Il problema nasce quando a ricoprire questi incarichi sono persone che non hanno reali competenze, ma vengono nominate solo perché qualcuno, magari un superiore poco attento, ha deciso così. Il risultato? Spesso il vero lavoro resta in mano a pochi volenterosi, mentre gli altri si limitano a dare direttive, spesso confuse o inefficaci.

Il paradosso dei troppi “capi” e pochi operativi.

Questo fenomeno crea un paradosso: più figure direttive ci sono, meno si lavora davvero. Quando quasi tutti sentono il diritto (o il dovere) di dire cosa andrebbe fatto, si rischia di perdere di vista l’essenziale: qualcuno deve anche farlo, quel lavoro! Le riunioni si moltiplicano, i flussi di comunicazione si complicano, e le vere attività produttive finiscono sulle spalle di pochi. Questi pochi, spesso sottovalutati, sono quelli che davvero consentono all’azienda di andare avanti. E spesso appena intravedono una nuova occasione di lavoro scappano!

Il ciclo del “valzer delle nomine” e le sue conseguenze.

Quando i coordinatori improvvisati producono disastri – perché manca loro la visione, la competenza o anche solo il buon senso – chi li ha nominati si accorge dell’errore. A quel punto, parte il consueto valzer: i vecchi vengono rimossi o allontanati, altri vengono nominati al loro posto, spesso con gli stessi criteri discutibili. E il ciclo si ripete. In questo scenario, chi lavora davvero si trova spesso ad assistere impotente, mentre i ruoli di comando girano come le sedie in una partita di musica, ma la sostanza non cambia.

La cultura del “dire” invece che del “fare”.

Alla radice di questo problema c’è una cultura aziendale che premia chi sa parlare bene, più che chi sa lavorare bene. L’abilità retorica, la capacità di apparire competenti, o semplicemente l’essere amici di chi decide, spesso valgono più delle reali capacità operative. Così, molte energie vengono spese nel “dire cosa andrebbe fatto” – magari attraverso mail, report, riunioni – mentre solo pochi portano a casa i risultati concreti.

L’importanza di riconoscere il vero valore.

Per uscire da questa impasse, serve riconoscere e valorizzare il lavoro concreto. Non basta riempire le aziende di titoli e di ruoli direttivi: bisogna premiare chi dimostra, giorno dopo giorno, di saper fare e di saper guidare con l’esempio. Un coordinatore efficace non è chi dà più ordini, ma chi sa motivare, organizzare, risolvere problemi e, soprattutto, non ha paura di “sporcarsi le mani” quando serve.

“Uomini o caporali?”

Il celebre interrogativo di Totò, “Siamo uomini o caporali?”, resta attualissimo. Gli uomini sono quelli che lavorano con dignità, che non si sottraggono ai compiti difficili e che sanno guidare senza arroganza. I caporali sono quelli che si sentono legittimati solo perché qualcuno li ha nominati, ma che alla prova dei fatti non sanno reggere la responsabilità del comando.

Giungendo ad una conclusione..

In ogni azienda, la differenza la fanno le persone che lavorano davvero e che sanno anche guidare con competenza e umiltà. Il resto è solo un valzer di titoli e ordini, che spesso non porta risultati. La vera sfida è costruire un’organizzazione in cui chi lavora e chi guida siano le stesse persone, unite dalla voglia di crescere insieme. In fondo, la vera domanda resta: vogliamo essere uomini o caporali?

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