È per volere di…

Il parallelismo con il boia Questa dinamica può essere paragonata al ruolo del boia durante le esecuzioni capitali nei secoli passati. Il boia non era colui che decideva la sorte del condannato: egli eseguiva un ordine, applicava una sentenza emessa da qualcun altro. Per lui, quel macabro compito era un lavoro, una funzione sociale che svolgeva senza coinvolgimenti personali. La sua frase implicita, ogni volta che calava la lama, era: "Non è una mia scelta, è per volere di un'autorità superiore". Oggi, anche se non ci troviamo più nelle piazze per assistere a esecuzioni, il principio rimane lo stesso. Non c'è una ghigliottina, ma c'è comunque qualcuno che, metaforicamente, deve compiere il "lavoro sporco". E questa figura, che potrebbe essere un amico, un collega, un superiore o persino un familiare, si trova nella scomoda posizione di portavoce di decisioni prese altrove. Algoservices

È per volere di…

È per volere di…

Oggigiorno, il mondo della comunicazione è una parte essenziale delle nostre vite. Comunicare significa condividere idee, emozioni, pensieri e, a volte, brutte notizie. Tuttavia, capita spesso che chi è incaricato di portare queste ultime non abbia il coraggio di affrontare la situazione in prima persona. E così, per codardia o vigliaccheria, manda avanti qualcun altro. Questa persona, incaricata del “lavoro sporco”, si ritrova a recitare un copione che spesso si conclude con una frase che tutti abbiamo sentito almeno una volta: “È per volere di…”.Ma cosa si nasconde dietro queste parole? Qual è il loro significato reale? E perché vengono pronunciate? Proviamo a riflettere insieme su questa dinamica, che richiama alla mente una sorta di “scaricabarile” emozionale e morale.

 

La codardia dietro il messaggero

Quando ci viene comunicata una brutta notizia da una persona che non è direttamente coinvolta, è quasi inevitabile percepire un senso di distacco. Questo accade perché il messaggero non parla mai a nome proprio, ma “per conto di qualcuno”. È il classico caso in cui si manda avanti un intermediario per evitare di affrontare le conseguenze emotive o morali di una decisione. La frase “È per volere di” serve proprio a questo scopo: deresponsabilizzare chi informa e, contemporaneamente, spostare il focus su un’entità superiore o distante. Il messaggero si lava le mani, come se dicesse: “Io non ho colpa, sto solo facendo il mio lavoro”. È un meccanismo di difesa, un modo per proteggersi dalle reazioni di chi riceve la notizia.

 

Il parallelismo con il boia

Questa dinamica può essere paragonata al ruolo del boia durante le esecuzioni capitali nei secoli passati. Il boia non era colui che decideva la sorte del condannato: egli eseguiva un ordine, applicava una sentenza emessa da qualcun altro. Per lui, quel macabro compito era un lavoro, una funzione sociale che svolgeva senza coinvolgimenti personali. La sua frase implicita, ogni volta che calava la lama, era: “Non è una mia scelta, è per volere di un’autorità superiore”. Oggi, anche se non ci troviamo più nelle piazze per assistere a esecuzioni, il principio rimane lo stesso. Non c’è una ghigliottina, ma c’è comunque qualcuno che, metaforicamente, deve compiere il “lavoro sporco”. E questa figura, che potrebbe essere un amico, un collega, un superiore o persino un familiare, si trova nella scomoda posizione di portavoce di decisioni prese altrove.

 

Il “lavoro sporco” dei messaggeri

È importante sottolineare che chi si trova a fare da intermediario spesso non ha scelta. Non è detto che sia una persona codarda o priva di personalità: magari si ritrova semplicemente incastrata in un sistema gerarchico che la obbliga a comunicare decisioni scomode. Tuttavia, il problema principale resta: il vero responsabile si nasconde, evitando di affrontare il confronto diretto. Quante volte, nella vita lavorativa, il capo delega a un subordinato il compito di comunicare un licenziamento o una decisione impopolare? Quante volte, nelle relazioni personali, qualcuno manda avanti un amico o un conoscente per dire ciò che non ha il coraggio di affrontare? In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: il messaggero si fa carico del peso emotivo della situazione, mentre il vero decisore resta nell’ombra.

 

La frase “È per volere di” come scudo

La frase “È per volere di” diventa uno scudo. Serve a proteggere il messaggero dalle conseguenze delle sue parole. Ma, al tempo stesso, rivela una profonda mancanza di responsabilità da parte di chi avrebbe dovuto metterci la faccia. È un meccanismo che alimenta la distanza emotiva e impedisce un confronto sincero e diretto. In un certo senso, questa dinamica riflette una società sempre più frammentata, in cui le persone cercano di evitare il conflitto a tutti i costi. È più facile delegare il compito spiacevole a qualcun altro, piuttosto che affrontare il problema in prima persona. E così, la frase “È per volere di” diventa una sorta di giustificazione universale, un passe-partout per sfuggire alle proprie responsabilità.

 

Il coraggio di affrontare le proprie decisioni

Ma non deve essere per forza così. Il coraggio di affrontare le proprie decisioni, per quanto difficile, è un valore indispensabile. È una dimostrazione di rispetto verso gli altri e verso se stessi. Comunicare una brutta notizia in prima persona significa assumersi la responsabilità delle proprie azioni e delle proprie scelte. Forse non possiamo cambiare il mondo da un giorno all’altro, come fa il boia, ma possiamo iniziare da noi stessi. La prossima volta che ci troveremo nella posizione di dover affrontare una situazione scomoda, proviamo a metterci la faccia. Forse sarà difficile, forse farà male. Ma sarà anche un gesto di grande dignità e umanità. Dopo tutto, nessuno dovrebbe essere costretto a dire: “È per volere di”.

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